Peccato Originale
“Schiavi degli Dei”, “Uomini e Dei della Terra”
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“Schiavi degli Dei”, “Uomini e Dei della Terra”

Voto: ★★★★

Due libri della Drakon Edizioni.
Un uomo che ha smesso di farsi domande è un uomo che ha smesso di accrescere la propria conoscenza. ~ Biagio Russo
Dopo aver finito di leggere i libri
libri

“Schiavi degli Dei”, “Uomini e Dei della Terra”.
di Biagio Russo il fortunato lettore converrà che la sua personale conoscenza è aumentata di molto rispetto a quella precedente.
Personalmente ho affrontato la lettura con troppa rapidità, ma la sensazione è che ogni pagina sia una miniera inesauribile di informazioni ineccepibilmente documentate.
Tra tutti gli scritti che mi è capitato di leggere a proposito del mondo mitologico degli antichi Sumeri questo libro è quello che a mio parere si avvicina di più alla soluzione dell’intricato mistero che avvolge le antiche mitologie.

Tornare a leggere i miti da un’altra prospettiva…

Sono particolarmente grato a questo libro perché ha risvegliato in me il ricordo di quando studiavo alle scuole elementari per la prima volta la storia antica, i Sumeri, i Babilonesi, gli Assiri, gli Ittiti (ma perché mai scomparivano così nel nulla senza lasciare traccia di sé?), gli Egizi, la saga dei Nibelunghi. Senza dimenticare le “favole” dei miti Greci, come Crizia stesso sorridendo ironico chiama la storiella di Fetonte, figlio di Apollo, che scappa con il carro del padre e da inesperto condottiero brucia una parte della Terra facendola sfiorare dal sole. Ma queste…sono favole per bambini, la verità è la deviazione dei corpi. Chi lo dice non è Newton, ma Platone attraverso l’insegnamento di chi può ancora leggere documenti conservati dal deserto e porta memoria di epoche antichissime, e costui è secondo Platone il sacerdote Egizio Crizia, che si rivolge a Solone apostrofandolo così: “Voi Greci siete un popolo giovane e non c’è un uomo antico tra di voi…”
Platone: “O Solone, Solone, voi Greci siete sempre fanciulli, e un Greco vecchio non esiste! […] Voi Greci siete un popolo giovane e non c’è un uomo antico tra di voi… […] oi siete tutti giovani di memoria, perché in essa non avete riposta nessuna vecchia credenza d’antica tradizione, nessun insegnamento canuto per l’età. E il motivo è questo: ci sono state molte e varie estinzioni di uomini, e altre ce ne saranno, le più grandi per fuoco e per acqua, altre più piccole per innumerevoli altre cause.” (Platone – Timoteo)
E così fu anche per me. Diventato, ahimè, adolescente ho purtroppo perso il mio tempo e quello splendido incantesimo dell’innocenza infantile svanì. Presumendo di sapere, non capii più nulla, certo molto meno di quando ero bambino, con qualche eccezione, ma non senza tornare almeno mentalmente all’età infantile, per esempio durante la folgorazione notturna e diurna di un sogno di mezza estate passato a leggere in continuazione “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien. Anche Tolkien ne era pienamente consapevole. Queste non sono favole, non sono racconti inventati, partoriti da qualche fantasia ancora non avvezza alle “spiegazioni scientifiche”.
Altrimenti nessuno direbbe “la verità è la deviazione dei corpi”. Ma sto divagando troppo. Impossibile commentare il libro di Biagio Russo senza scrivere un altro libro. Mi limito a una citazione soltanto. La soluzione del problema così dibattuto oggi del significato del termine Anunnaki. Ogni parola usata nei testi di Biagio Russo è accuratamente documentata nella sua traduzione, con una serietà e una precisione certosina che solo uno studioso molto serio e un grande lavoratore possono aspirare a raggiungere.
Ecco che Anunnaki, diventa nella traduzione competente e ineccepibile non più la comune e famosaGli dei che caddero sulla Terra”, maIl migliore o il più importante seme della Terra.” 🙂
Solo per la documentazione di questa importantissima traduzione, non lo nascondo, importantissima per noi di Peccato Originale, varrebbe la pena di leggere questo libro. Ma in realtà ci sono altre e ancora più “pesanti” affermazioni che dovrebbero far riflettere tutti grazie direi a uno scavo archeologico della lingua sumera che il professor Biagio Russo ci offre scorrendo praticamente ogni pagina del suo testo.
Questo testo è un testo laico. Laico nel senso più nobile del termine, un testo che non si accontenta di un fideismo cieco senza razionalità e nemmeno di un presuntuoso rifiuto del mistero che avvolge la nostra origine, quasi che ogni testo antico non abbia altro da raccontare che fantasie di pastori che credevano a fandonie inventate di sana pianta.
È il fatto che questo libro sia laico e che quindi si spogli di pretese verità ultraterrene o extraterrestri, che ci permette di cogliere la ricerca dell’uomo, consapevole della sua tragica limitatezza e permette anche a noi che crediamo in Dio di comprendere quanto poco in realtà siamo fatti a sua immagine e somiglianza (Gen 1, 27

Genesi 1:27

Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.

).
Da questo punto di vista il viaggio dell’uomo Biagio Russo nel libro assomiglia al viaggio di Ulisse nell’Odissea o ancora di più alla consapevolezza di Ettore di fronte al suo ineluttabile destino quando deve affrontare Achille.
Quando si sfiora questo elemento in un’età adulta, il senso edipico del destino funesto della nostra stirpe, rimasto sepolto, o forse sarebbe meglio dire imprigionato e soffocato dentro di noi, riemerge con tutta la sua devastante potenza, facendo ritornare prepotentemente il senso di smarrimento dell’uomo antico di fronte all’”ibris
ibris

Hybris che significa sfida a Dio ed è una parola dalla quale derivano i nostri vocaboli “ibrido, ibridazione”… quindi noi esseri umani siamo i discendenti del frutto di un’ibridazione. Noi “figli degli uomini” non potevamo più essere chiamati “figli di Dio”.
” divina. E sulla parola ibris bisognerebbe aprire l’incipit di un altro volume.
Ulisse Polifemo

Ulisse nei suoi viaggi si imbatte nel ciclope/gigante Polifemo. L’eroe che ambisce alla verità deve sempre scontrarsi con i bruti dei suoi tempi, quella stirpe umana che irrimediabilmente è mossa dalla bestialità

In “Uomini e Dei della Terra” riemerge Omero con tutta la sua forza… altro che favole! L’Omero struggente, vagante, veggente con la vista del cuore, che descrive persino l’intelligenza artificiale dei robot che sostengono le gambe malferme di Efesto. Riemerge con forza quel senso di infinita debolezza, di tragedia che avvolge il destino dell’uomo che lo accompagna sempre come un’ombra. Riaffiora in tutta la sua dimensione tragica il senso di smarrimento che lo coglie davanti alla fragilità della sua vita mortale, nel momento in cui davanti a lui viene estratta di nuovo la spada e la folgore della pienezza di vita di un Dio immortale. I veri antichi, di cui Omero è l’ultimo rappresentante di cui noi abbiamo memoria, “sapevano”.
E verso la fine del libro, il libro diventa tragedia, la nostra tragedia di uomini moderni, sempre più consapevoli che niente stia più funzionando, mentre tutto sembra funzionare a meraviglia. Perché ciò che abbiamo coperto con lo stridio del nostro tempo, riaffiora inesorabile. Chi ci governa? Chi ha la capacità di controllare la breve vita dell’uomo? Chi manipola non solo la nostra misera individualità ma l’intera rete sociale ed economica del nostro mondo? Perché abbiamo la sensazione come direbbe “Morfeo”, il dio del sonno e dei sogni, che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato e fuori posto, quando paghiamo le tasse, quando andiamo in chiesa, quando ci rechiamo al lavoro?
Questo “Signore” o questi “Signori della Terra”, Leopardiani nel loro oscuro potere che ha come scopo “l’imperare a comun danno”, se ne sono davvero andati da qui, o sono ancora qui, o indirettamente ci governano attraverso emissari di cui noi facciamo fatica a conoscere persino i nomi e le loro devastanti e quasi illimitate ricchezze?
Domande a cui nessuno sa rispondere, né noi, né, consapevolmente, Biagio Russo. Ma, nonostante i significati possano essere diversi, senza la presunzione di scegliere un significato piuttosto che un altro, rimane la consapevolezza del fatto che se non abbiamo più accesso all’albero della vita, dobbiamo ripercorrere la strada per trovarlo di nuovo.

Conclusione

Mi permetto di suggerire a Biagio Russo una possibile divagazione sul tema, una strada interpretativa che merita se non altro di essere intrapresa. Se la stirpe mescolata ha perso la strada, la stirpe primigenia non la deve trovare, essa la possiede per sua natura. La via e l’albero
albero

L'labero della vita, del bene, quello descritto anche in Genesi.
coincidono, come l’albero porta il frutto, così la madre dà alla luce il figlio. Essendo l’albero della vita la donna stessa e la stirpe immortale che è in grado di generare. Ciò che è proibito all’uomo è la contaminazione con l’albero, perché è da questa contaminazione che l’albero produce il frutto bacato, il frutto che muore, ossia il nostro frutto, che è la mortalità e la corruzione della carne. Il Cherubino fiammeggiante non è altro che Lei, la Dea Madre
Dea Madre

Ogni Figlia di Dio era una “Dea Madre”, peché capace di generare Figli di Dio.
, che non può essere fecondata da una scimmia e quindi proibisce l’accesso a sé stessa, per non perdere la facoltà di generare la vita che non muore.
14 gennaio 2018

Informazioni sull'autore

Daniele

Daniele Marini Sono laureato in scienze agrarie e insegnante di biologia in una scuola superiore. In passato mi sono dedicato alla raccolta e alla conservazione del germoplasma locale e ancora oggi mi dedico alla salvaguardia della biodiversità agricola della mia regione nel tempo libero. Fin dall'infanzia mi ha interessato il tema dell’origine della vita e delle specie nel nostro pianeta e nell’Universo. Don Guido ha messo insieme tanti pezzi sparsi dei miei studi, che a volte entravano in conflitto tra loro. Ritengo che la bellezza e la libertà della scienza e del metodo scientifico ci hanno portato a scoprire l’immensa complessità della vita e questo mi ha portato a pensare che il caso non possa essere l’artefice degli organismi viventi e nemmeno dell’organizzazione della materia presente nell’Universo. Studiando la biologia e la biochimica mi sono spesso sorpreso a pensare che la realtà e la complessità supera di gran lunga la nostra capacità di immaginazione ed è sostanzialmente infinita. Per questo stesso motivo non ritengo che la mitologia antica possa essere presa come il prodotto di un fervido pensiero degli uomini antichi, che al contrario ritengo dotati di grande intelletto e di conoscenze che si sono perdute nel tempo. Leggere Don Guido è stato come fare la pace tra le due anime che mi hanno sempre sospinto, l’amore per la scienza e il pensiero che ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi sia il frutto di un Creatore senziente.


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